Storia della signora Elvira e della scimmia bianca, di porcellana

3 luglio 2011
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Insomma, niente, un giorno mi chiama Francesco, (il mio amico karmico che ha fondato Dadomani) e mi dice di dargli una mano per l’allestimento del suo matrimonio.

“Figurati” rispondo io “mi inviti a nozze”.

Sicché vado a casa loro e decidiamo di fare una cosa bucolicissima tipo stagno in mezzo a bosco delle langhe come location, casetta in legno della pro-loco con musica dal vivo, amici giusti, grigliata, tutti scalzi. Olé.

“Sarebbe bello allestire il bosco e fare un gigantesco tappeto patchwork con tessuti diversi cuciti tra  loro, la gente potrà sdraiarsi.”  “Bello!”, dicono i futuri sposi.

“E sarebbero belli anche degli angoli di bosco arredati con poltrone, abat-jour e poi l’angolo con una credenza, come fosse un piccolo salottino, dove mettiamo confetti e bomboniere.”

“Bellooo!”, ribadiscono i futuri sposi.

Francesca, la sposa, aggiunge: “Ma guarda, io poi ho tante cose vecchie: mobili, tessuti, oggetti vari… cose che mi ha lasciato l’Elvira. Devi venire a vederle. Ti sarebbe piaciuta l’Elvira…”

Ed ecco che parte il racconto sulla signora Elvira; una signora che io, di fatto, non ho mai conosciuto ma che sento di conoscere.

Una donna con una storia meravigliosa. La sua.

La signora Elvira è anziana e vive sopra all’appartamento dov’è cresciuta Francesca, la sposa.

La signora Elvira spesso le ha fatto da baby sitter, l’ha vista crescere, l’ha amata come una nipote.

La signora Elvira è felice per il matrimonio della sua Francesca, “che il tempo passa veloce e i ragazzi si fanno grandi”.

La signora Elvira è sola, non ha nessuno che si prenda cura di lei se non Francesca e la sua mamma, “che il tempo passa veloce e si fa presto a invecchiare”.

La signora Elvira, per sentirsi meno sola, prende le cose che gli altri buttano e se le porta a casa, “che così ho qualcosa di tutti, ed è come avere tanta gente attorno”.

La signora Elvira qualche settimana prima del matrimonio, muore.

Sono seduta sulla poltrona dove si sedeva sempre lei, nel salotto di quella che fu la sua casa.

È molto luminoso, al quinto piano di un palazzo signorile. Alle pareti una carta da parati sui toni dell’ocra dorato, il fondo damascato, come si usava una volta.

La poltrona dove siedo è di pelle, molto consumata, graffiata dal tempo ma la signora Elvira ci aveva messo sopra un panno lo stesso, “che così non si rovina”.

Al muro tanti quadri anonimi, a un primo sguardo non legati tra loro, ma solo apparentemente.

Invece, più conosci la signora Elvira e più capisci che la sua collezione privata è fatta da quadri che altre persone hanno buttato e che lei, con occhio fine, ha saputo abbinare tra loro, in una stessa parete. Sfida non facile, davvero.

La signora Elvira era molto creativa.

I mobiletti di quella che era la sua casa, pieni di cose, che si ripetono all’infinito: decine di posacenere, decine di mazzi di carte, decine di ventagli, di cucchiaini, di calamite, di bicchierini, di orologi (a cipolla, a cucù, a pendolo, da comodino, da muro), di scatole chiuse da elastici fatti con i collant rotti e poi una scimmia bianca, di porcellana.

La signora Elvira era curiosa.

Mi guardo attorno e nella casa che fu della signora Elvira sento ancora lei, i suoi gesti che non conosco, le sue movenze che non so.

Ci sono tante cose da vedere in quella che fu la casa della signora Elvira ma i miei occhi tornano sempre sulla scimmia bianca, di porcellana.

“Che buffa questa scimmia…ha uno sguardo sornione” dico io.

“Ah, la scimmia di porcellana bianca! Lei la teneva sempre accanto all’urna cineraria del marito”, mi dice la mamma di Francesca.

La signora Elvira era molto ironica.

“Ma quindi ha avuto un marito!” incalzo io “Un affetto c’è stato nella sua vita!” e un po’ tiro un sospiro di sollievo.

“Ah, certo. Guarda, una storia molto tenera la loro. Vieni a vedere in cucina”.

La cucina della casa che fu della signora Elvira, è molto piccola, con un piccolo terrazzino anch’esso pieno di cose tra cui un seggiolino, in un cantuccio, dove lei, la signora Elvira, si prendeva delle pause dalla sua solitudine.

I mobili in fòrmica con effetto venatura di legno, una cappa di plastica ingiallita dal tempo e poi, incollati alle ante, al frigo, al piano lavoro, bigliettini con disegnini quasi infantili: fiorellini, cuoricini, volti naif di una bellezza delicata e sincera, come nati da una mano di bimbo. Erano bigliettini che il marito della signora Elvira le scriveva ogni giorno.

La signora Elvira era corteggiata.

Il marito era mancato un paio d’anni prima di lei; era sempre stato un uomo di mondo, aveva viaggiato e spesso stava lontano dalla sua Elvira.

“Eh, anche lei ne ha passate tante! Povera Elvira”, dice la Mamma di Francesca.

Quando sopraggiunse la vecchiaia, al marito della signora Elvira venne voglia di stare a casa con lei.

All’età di ottant’anni entrambi riscoprirono la bellezza di una quotidianità mai avuta, la dolcezza del vegliarsi l’uno con l’altra, la tenerezza di un amore riscoperto.

Così il marito della signora Elvira, ogni mattina, le preparava il caffè e le scriveva “Tant’amo” su un pezzettino di carta, che tagliava da un foglio più grande, per non sprecarne, e circondando il suo amore un giorno di fiorellini, un giorno di cuoricini, un giorno di volti naif.

La signora Elvira era innamorata.

Il matrimonio di Francesco e Francesca è stato una festa bellissima, piena di amici e di gioia.

Con gli sposi e la mamma di Francesca, nominammo spesso la signora Elvira, perché volevamo che ci fosse, in qualche modo, nell’unico possibile, a quella festa gaudiosa.

Un giorno venne a trovarmi Francesca.

Aveva con sé un sacchetto. Dentro c’era la scimmia bianca, di porcellana.

“Sono sicura che le avrebbe fatto piacere la tenessi tu” mi disse.

Ogni tanto guardo la scimmia bianca, di porcellana e penso alla signora Elvira e a una storia semplice e speciale. La sua.