Gatti che parlano (e insegnano pure)

14 settembre 2013
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Felina è una gatta, tigrata di nero e di un grigio strano, che sembra altri colori a volte, tipo verde o lilla. Felina, un giorno, ha deciso di adottarmi come amica.

Credevo di non sapere niente di gatti se non che ne sono allergica. Lei mi sta insegnando che non è vero e che non so molto neanche di tante altre cose.

Mi ha annusata da lontano per un anno e mezzo. Mesi di attenta osservazione delle mie abitudini, di presenza laterale e riservata, di circospetta confidenza, di timorosa vicinanza.

Ci guardavamo senza dirci molto. La lasciavo fare come voleva, rispettando i suoi tempi e osservandola, a mia volta.

A Felina, per esempio, non piacciono i movimenti bruschi: si spaventa. Non piacciono neanche le voci troppo chiassose: la infastidiscono. Detesta i cellulari: se provo a fotografarla se ne va, se è troppo vicino gli dà una zampata.

A Felina, per esempio, piacciono gli spuntini piccoli, la pelle di pollo, le coccole moderate, cercare il latte della mamma sul mio petto, le carezze infinite, a forma di cerchio, con la punta lieve del mio indice, al centro della fronte.

Viene a trovarmi quando sono sola oppure quando ci sono persone che le piacciono. A volte non si avvicina neanche per conoscerle, aspetta semplicemente che se ne vadano. E allora la vedo comparire e ogni volta le chiedo cosa non le piacesse di quella persona. Mi risponde sempre e mi tocca darle anche ragione.

Dopo un anno e mezzo durante il quale ci siamo annusate a vicenda, se le parlo, ora mi risponde. Sempre. A volte parliamo l’italiano, altre il felino. Ci capiamo, in ogni caso.

Se sono triste si accovaccia sulla mia pancia. Se sono stressata dietro la mia testa. Se sono allegra mi guarda e sembra gioirne.

Viene anche solo per starmi accanto e vedere cosa faccio. Se vuole le coccole e gliene faccio meno di quante ne vorrebbe porta pazienza e mi si accoccola vicino. Spesso si addormenta sul suo posto preferito: sopra ai miei disegni, disordinatamente disposti su una mensola dimenticata .

Dopo un anno e mezzo che ci annusiamo, ora riconosce l’arrivo della mia bici e, se non ha altre avventure da vivere, mi fa le feste come un bimbo che, divertito, si infila in una stanza che gli piace, con la lucina negli occhi e la voglia di farmi sapere “Che bello che sei tornata! Cosa mi racconti?”.

E allora io gliela racconto e spesso mi ascolta attentamente. Di certo mi conosce, oramai.

Ecco, Felina, non credevo un gatto potesse tanto. Non credevo potessi, per esempio, insegnarmi che con le persone vale la pena comportarsi allo stesso modo. Scrutarle, annusarle, sentirle e, solo dopo una bella doccia di fiducia con getto calibrato dal Tempo, valutare se veramente vale la pena viversi.

Entrambe non siamo di facile entusiasmo, forse la vita ce ne ha tolto un pochino, in fondo. Eppure, a volte capita di riconoscersi e allora torna fuori tutta la gioia e, se una sera non ti vedo arrivare, mi chiedo come stai e cosa starai facendo.

La certezza è che ti rivedrò, solo questo conta, solo a questo devo pensare. Io non sono tua, tu non sei mia ma ci apparteniamo.

Questo è quello che mi hai insegnato sugli esseri umani.

Grazie.