Beauty in Wonderland: segreti nascosti tra fiori di carta

24 settembre 2013
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Photo by Elena Datrino.

 

Mi hanno cresciuta dicendomi “Sempre avanti e mai paura”. E allora la paura, quella, l’ho sempre tenuta lontana anche quando sarebbe giusto averne, forse.

Non ho paura delle persone: posso guardarle tutte negli occhi.

Non ho paura della mia ombra: tengo Inconscio per mano in cerca di luce almeno una volta al giorno.

Non ho paura neanche della morte: sono stata da un’altra parte rispetto a qui e mi sa che si sta bene.

A volte però mi spaventano le emozioni, quelle forti, quelle che sono troppo, che non ce la faccio a contenere. E allora arriva in soccorso il mio lavoro, che è il mio strumento guaritore più efficace, che mi fa infilare un braccio dentro la mia bocca, giù, fino infondo e di più, che la mano poi prende una manciata di roba densa, fa lo stesso percorso a ritroso fino a tornare davanti ai miei occhi. Piena.

E allora torno anch’io in me, guardo e vedo quello che avevo dentro. Ci vuole un po’ prima di riconoscermi. Mi chiedo sempre se sia me, quella roba lì.

Mi chiedo sempre “Chissà, se fossi stata serena o innamorata o gioiosa se sarebbe venuta fuori bella uguale?” dimenticando invece di dirmi “Chissà, se fossi stata serena o innamorata o gioiosa che cosa ancora più bella sarebbe venuta fuori”.

Colpa dell’inconscio collettivo. Lo dico sempre che è un infame quello lì.

E niente, trasformo la paura in altro, in qualcosa di potente e tenace. Che “possa”, tutto sommato. Come un fiore che cresce dalle parole che sento, che vedo, che penso, a volte dure come asfalto. E lui, il fiore, le buca, s’insinua, grintoso germoglio di carta che la vita se la sa dare da solo. Con lacrime e saliva, che raccoglie, che lecca, che chiede, che prende e che spurga.

Lacrime e gocce di saliva come gioielli preziosi, nutrono nuova vita, coltivata con pazienza. E, tra di loro, anche le lumache diventano attente, con un occhio che guarda loro le spalle; e le formiche diventano abili tanto da far palline d’acqua e gli scarafaggi, anche i più riluttanti di brulicanti gesti viscidi, rinascono a nuovo ruolo felice e inconsapevole, loro malgrado, in quanto portatori di nuova conoscenza da far germogliare.

Che la domanda più gettonata che mi vien fatta è sempre quella, per ogni lavoro. E anche questa volta è la stessa: “Ma li hai fatti tu questi fiori?”.

Come se nessuno si aspettasse dai miei visceri, l’inquietudine e la tristezza, la gioia e il colore e l’ironia mescolata all’incubo.

“Mi affascinano ma mi fanno anche terrore.” mi ha detto un signore che sa leggere oltre le forme, osservando quei segreti nascosti tra i fiori di carta usciti dai miei visceri.

“Ti ringrazio” gli ho risposto.

Queste son cose che, in genere, mi dicono gli uomini.

 

Un ringraziamento speciale al sostegno di molte persone mandate dalla Provvidenza, a volte con un paio di forbici in mano, altre con del cibo o del vino o delle parole belle o di molto altro.

A tutti voi, che sapete che sto parlando di voi, va la mia riconoscenza.

 

Video directed by Alessandro Migliore, Lemon Prdct.

 

Foto di Elena Datrino

 


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