Empatia portateli via

15 ottobre 2015
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Oggi ho lasciato la bici a casa e ho preso l’autobus 90.
Ho visto un papà salire con il proprio figlio, tetraplegico, senza l’aiuto della pedana automatizzata perché abituato a pensare al prossimo quindi, per snellezza nell’esecuzione di questa operazione, ha preferito fare così.
Appena salito però l’autista, donna, è partito senza aspettare che questo papà agganciasse all’apposito vano la corrozzella di quel suo figlio tetraplegico che, di fatto, ha rischiato di schiantarsi addosso a qualche altro passeggero.
Quel papà allora ha urlato, intimando all’autista d’attendere e d’accendere la pulsantiera dei comandi per provvedere all’ancoraggio.
La pulsantiera non funzionava.
Allora quel papà di figlio tetraplegico che probabilmente ogni mattina lo accompagna con l’autobus, ha preso il telefono, con gesto automatico, senza commenti, senza espressione, come chi è abituato a quest’altra procedura, e ha fatto una foto da inviare, con tutta probabilità, a ATM insieme a una manciata di parole di disappunto.
Ecco, vedo quel papà e penso che per lui ogni mattina corrisponde al risveglio verso una lotta nuova, un nuovo giramento di palle unito a quelli di sempre. Corrisponde a frustrazione infinita, a solitudine estrema, a empatia assente, a rabbia muta, a dialogo sordo.
Quando ha cercato di scendere da quel 90 da paura, ha cercato di attivare la pedana perché, a differenza della salita, questa volta ne aveva bisogno e indovina un po’? Non andava neanche quella.

Ecco, questo post lo dedico a te che certamente oggi avrai voglia di lamentarti di qualche cazzata. Così ridimensioni tutto ok? Sì, lo so, risulta stucchevole come concetto, me ne rendo conto. Ma, sai, è proprio così che va: ridimensioni tutto quando vedi scene così. Senza se e senza ma.
Love and shine,

Elena Borghi