Il caso non esiste

2 febbraio 2018
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“R.I.P. Collection” n°3 – illustrazione su cotone 50×50, cuscino.

 

Ormai ne sono certa: il caso non esiste.

Specie per quanto concerne gli incontri.

La mia vita è zeppa di incontri che non sono casuali e io sono diventata bravissima a riconoscerli. Meno a capire dove mi porteranno o, meglio, dove CI porteranno.

Li accolgo e li osservo, faccio così.

Sento come un campanello, che suona forte, dentro, urlando che quella persona che ho davanti, per qualche misteriosa ragione, la sto riconoscendo tra mille estranei.

Subito dopo nasce un immediato quanto genuino senso di familiarità nel rapportarmi a quel corpo estraneo contenente un’anima che estranea non è.

Ci sono persone che conosco e frequento da anni ma che sento molto più estranei di te, che ti ho davanti da cinque minuti. Anzi, questo mi fa ricordare che è stagione di tagliare un po’ di rami secchi.

Con l’età non sopporto più l’idea d’averne. Pare che insieme a una certa tonicità si perda anche anche la remora d’esser potatori.

Non è per cattiveria, giuro, è solo che non tollero più non essere completamente me, onestamente me.

Che, anche così, non è che sia poi facilissimo eh? La tenacia di vecchi schemi comportamentali è pari a quei rigurgiti fastidiosi di cene troppo pesanti da digerire. A volte si ripropongono.

Ma niente, tu buttali giù o buttali fuori ma buttali.

Che poi, a ben vedere, quel riconoscersi non è che porti sempre a risate e inebrianti fioriture, anzi. Il più delle volte sono ossa rotte e lacrime perché, il più delle volte, ci sono sospesi da risolvere meglio che puoi.

In genere ci vuole una gran bella forza a lasciar andare ma, a onor del vero, quando impari a farlo, provi anche una gran bella soddisfazione. Che l’amore sono due individui indipendenti che si riconoscono, si sfiorano, si toccano, si accarezzano, si proteggono ma rimangono pur sempre due individui. Non l’ho mica detto io ma il grande Rilke.

Così penso anche a te, piccolo pettirosso, che ti ho incontrato nel mio cammino al primo gelo di quest’inverno e mi sei crollato tra i piedi. Ti ho preso tra le mani, ti ho scaldato, ho cercato di riportarti alla vita ma tu respiravi veloce e stavi immobile, come intontito.

Anche questo incontro non è stato un caso, sei spirato nel caldo di una copertina tenuta in grembo. Ti ho lasciato andare chiedendomi che senso avesse questo incontro e lo riscopro oggi, nei disegni che mi ispiri e che escono dalle mie dita come stormo di storni. Rinasci così, come fonte creativa, come prezioso strumento che la Natura, una volta di più, ha saputo donarmi, che tutto, così come io e te, è fluire e splendida trasformazione.

A tutti gli incontri dolorosamente formativi, semplicemente assoluti, a tutti gli incontri che sanno di passato e presente ma che sono altro.