Chet Faker Milano: fenomenologia di un sold-out

5 novembre 2014
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Piove che Iddio la manda.

Sono stanca come una puerpera ma sto andando al concerto di Chet Faker principalmente perché lui è un fenomeno e a me piace tentare di capire i fenomeni.

Ci vado con gli stessi abiti che ho da stamattina perché “Massì tanto poi passo da casa, che c’ho tutto il tempo” e invece non ce l’ho mai ‘sto tempo e mi presento al «Fabrique», location del concerto, come un ibrido tra Vanna Marchi e una cameriera cinese di un ristorante cinese di Matera.

In aggiunta al look ho la preziosa audacia di due piedi zuppi d’acqua ma, voglio dire, come “influenSer” mi pare il minimo che me la prenda anche ‘sta 49 di febbre visto che poi, al concerto di Chet, non ci sarà nessuno, figurati, è indie, penserai.

Invece è il delirio e quindi staremo pigiatissimi, io, voi e tutti i bacilli dell’Universo, penso io. Al «Fabrique» si riesce a stare anche in zone agevoli, volendolo, in cima a un gradino, distanti dal palco, è vero, ma a Chet lo vedo in faccia anche da qui.

A quanto pare questo australiano col barbone hipster e la camicia bianca abbottonata (tutta), è il must di questo novembre, anzi, questo concerto è il place to be della stagione. Le tipe Giuste parlano così e io, stasera, devo stare sul pezzo come influenSer.

Dal giorno uno di inizio prevendite Chettone Nostro non ha smesso di vendere ed è sold-out. Poco da fare, ‘sto ragazzo ha qualcosa. Sì, ma cosa?

Dice: “È indie.”

In effetti questo musicista electro-indie dosa garbate reminiscenze electro ed è anche indie nel senso che proprio se le produce le cosette sue e vince anche premi indie, mica pizze in faccia. In Australia esplode e poi via, alla conquista del Pianeta.

Fondamentalmente Chet non spinge troppo sull’acceleratore electro e neanche su quello indie ma, anzi, il suo è un pilota automatico stabilmente posizionato sul cinquanta all’ora, centro urbano, in prossimità di centro commerciale. Ecco sì: è electro-indie-commercial la musica di Chet.

Dice: “È bòno”.

Nasce come Nicholas James Murphy ma si ribattezza FAKER. A questo aggiungo solo che è drammaticamente giovane nella sua (alta) classe 1988 e che è guardando tipi come lui che mi chiedo se abbia senso continuare a negare di essere pronta a fare la cougar. Guardo lui e mi sento portata, dico sul serio, per essere una single quarantenne che esce con un finto vecchio barbone che però mi rimane giovane.

In effetti non credo d’essere l’unica questa sera a sentirmi portata per Chettone e, si sa, bravo è bravo il ragazzo ma la componente estetica unita alla secchiata di feromoni innescanti che lancia generosamente al suo pubblico femminile, lascia intendere che parte del suo successo è dovuto anche al fatto che sì, è pure bòno come il pane. Anzi, bòno like a bread, per dirla con la lingua sua. Lingua che, per inciso, tutte vorremmo per una mezz’ora buona.

Dice: “È carismatico”.

Non saprei, ma Chettone se ne esce a dire: “Hi, what’s up?” e viene giù il Fabrique.

Accenna: “It’s my first time in Milan” e parte il lancio della mutanda a mo’ di fionda.

A dire il vero, lancio della mutande vero e proprio no, perché ai concerti electro-indie son tutti composti. Il pubblico dei concerti electro-indie ha la stessa mobilità del pubblico dei concerti di classica e per un attimo il Fabrique ti potrebbe sembrare una navata tardo rococò, per dire.

Il pubblico di un concerto electro-indie di un musicista bòno like a bread pensa di voler lanciare la mutande a mo’ di fionda sul palco ma poi

non lo fa perché le braccia devono stare incrociate davanti al plesso solare o lungo i fianchi, al limite. Le gambe aperte con il primo chakra ben spalancato e un leggero movimento è concesso alla testa, se proprio vuoi s-dare, dall’alto al basso, come a dire sì, ma molto più lento.

Ecco, quindi, volendo riassumere, Chet ha tutto: è electro, è indie ed è anche commerciale nel senso di facile. È bòno like a bread, è giovane e c’ha un nome fico, tipo Chet Baker ma più porco.

Fa i video Giusti, con il direttore della fotografia Giusto, che c’avrà la barba lunga pure lui, insieme al regista e alla stylist che, da contratto, s’è fatta crescere almeno i baffi a riccio.

Strizza l’occhio al mondo fashion, alla fotografia artistica, alla video arte, alle cose Giuste dei Giustoni Giusti della Giusteria.

Il fenomeno Chet Faker un po’ l’ho capito. Quello che non capisco è come sia possibile che a un concerto così io riesca comunque a trovarmi affianco a tre tizi (sono sempre in tre, ecco il vero mistero) che hanno lo stesso spirito festaiolo e le stesse movenze che avrebbero se fossero, chessò, al Pascià di Rimini, solo che sanno di non poter ordinare gli spiedini di frutta coi raudi, che da Chet non fanno tavoli ma due righe me le faccio lo stesso, prima, all’ape in Corso Como.

E quindi niente, tu vuoi stare composta e attenta come a un concerto per violino di Brahms ma ti ritrovi accanto una tipa che si agita fuori tempo, senza armonia, ancheggiando che neanche Shakira ai tempi d’oro, dandoti borsettate e gomitate. Ti ritrovi accanto a tre tizi che durante la performance smanettona di Chet alla consolle, pensano che sia un buon momento per parlare che tanto non sta cantando e allora quest’estate sulla costiera amalfitana ho mangiato dei babà che mollami. Ti ritrovi a sentire urlare parole a caso, in un inglese casuale direttamente attinto da X-Factor, che non me ne perdo una di puntata. Ti ritrovi che poi uno dei tre batte le mani, fuori tempo, per accompagnare la musica elettronica di Chet anche con urletti tipo “UuUuUuUuUU” come si fa al Pascià, quando il vocalist dice “Qual’è il posto più ficoU? Ma è questoUUUUUUUU!”.

E allora niente, che te devo di’? Forse sono fortunata io a ritrovarmi con vicini così rari a un concerto così indie o forse, quando un musicista electro-indie-commercial fa il botto e viene per la first time in Milan, è così che va.

Comunque Chet, rimani un gran giro in giostra.