Mezzi pubblici: oltre lo sciopero c’è di più

16 dicembre 2011
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Son giorni strani questi, illuminati da mille festoni che rischiarano, timidamente, uno stato d’animo generale che è un mix di speranze (che le cose migliorino) e disincanto (bel titolo per una soap tutta italiota).

Tuttavia è un tripudio di feste, parties e son tappi di sughero che volano copiosi. Bollicine per tutti qui a Milano, aziende che festeggiano in una sorta di rito esorcizzante collettivo, e chissà che funzioni anche.

La prassi per me diventa questa: uscire in bici, lasciarla parcheggiata da qualche parte, accettare di buon grado il passaggio di qualche amica fino a casa, andare, il giorno dopo, a riprendermela grazie agli adorati mezzi pubblici.

In effetti non li adoro, grazie ai ritardi frequentissimi e all’affidabilità inarrivabile, spesso mi son trovata a lanciare maledizioni. Tra l’ altro il costo del biglietto a Milano è aumentato di 50 centesimi e gli scioperi non sono diminuiti, anzi.  Però, devo ammetterlo, sui mezzi pubblici si possono fare degli incontri davvero bizzarri.

In particolare prediligo il tram, osservare la gente in esso contenuta, captarne l’essenza, cogliere delle sfumature dai piccoli gesti, dall’abbigliamento, inventarmi dei profili umani che potrebbero essere, un giorno forse, raccolti e intitolati “Invenzioni attorno agli sconosciuti del tram”.

Sono al capolinea del 5 e il tram è parcheggiato alla pensilina in attesa di partire.

Una signora sale, si avvicina al conducente con aria smarrita, come se non conoscesse la linea, e gli chiede: “Scusi, ogni quanto parte un tram da qui?”

“Mah, signora” dice il ferrotranviere “ogni 5/6 minuti”.

“Ah però, neanche male!” risponde lei stupita: “Se i tempi sono questi è proprio comodo!” incalza cinguettante.

La Sciura indossa un capospalla imbottito, color ferro metallizzato, da cui fa capolino un dolcevita beige; il pantalone è di velluto a costine color terra di siena e le scarpe sono sportive, stringate, in pelle color bronzo metallizzato, ai lati, bande glitter color oro.

Un filo di trucco, senza esagerare che poi è volgare, un taglio di capelli corto e grintoso, nell’insieme la signora sembra voler urlare al mondo “Io sono SPRINT!”.

Mi guarda, assume la tipica espressione di chi sta per spettegolare e mi dice che lei, in realtà, vive qui da sempre, che sa benissimo che il tram dovrebbe passare ogni 5 minuti ma che, invece, lei lo aspetta anche per mezze ore intere.

“Ce l’ho chiesto per vedere cosa mi diceva” mi dice con il tipico accento milanese.

Le sorrido e le dico che io, infatti, non li prendo mai i mezzi pubblici.

“E come la va’ in giro scusi?”

“Uso molto la bici, signora” le rispondo.

“Ah, la bici! Brava! Fa bene”. Segue una pausa di silenzio di due secondi e poi aggiunge: “Pensare che mio cognato è morto così.”

Eccoci qui. Quando una Sciura in vena d’attaccar bottone parla di disgrazie, vuol dire che è presa benissimo.

Io avverto un cedimento alle spalle udendo la notizia e, con quel lieve imbarazzo che loro (le sciure che te lo inducono) adorano, le dico: “Ah, bé… mi dispiace…”

Avrei anche voluto aggiungere un bel “Perdinci, Sciura! Tocco il Suo capospalla color ferro metallizzato per gli scongiuri?” ma invece sto zitta per lasciare ch’ella possa esprimersi al meglio.

Via, via che il discorso attorno alla disgrazia incalza, la cadenza è sempre più simile alla ">Franca Valeri dei tempi d’ oro. Inoltre, le sciure son fatte così: più si infervorano e più allungano il braccio verso il loro interlocutore quasi a volersi aggrappare e, non c’è niente da fare, dopo una certa età ti piglia quella roba lì.

“Uhhh, doveva vederlo Sa? Mai avuto niente. No, dico, 82 anni senza un raffreddore, un pezzo d’uomo che non finiva mai, lo doveva proprio vedere, si giravano tutti per guardarlo. Ma poi, niente, era simpatico, buono, in forze. Tant’è vero che prendeva la bici. Ma dico, ma Le pare possibile? Morire così? Sotto casa?

Ha preso la bici per fare un giretto e quello lì (l’autista di una macchina parcheggiata a bordo strada, si presume, ndr) apre la portiera e lui… patapam… per terra. Che poi dietro c’era subito una macchina che arrivava, capisce? È ben per quello che dico: bisogna stare attenti, bisogna guardare bene.

Che la macchina poi gli è passata sopra, che se non arrivava nessuno magari si rompeva un braccio, o una gamba, o anche tutt’e due ma così… c’è poco da fare.”

La dovizia di particolari è un’altra prerogativa della Sciura che parla di disgrazie.

Partono mosse da pietà cristiana espressa anche dal loro volto, contratto in una maschera di dolore, ma finiscono scendendo nel macabro, in una sorta di sinistro piacere per il dettaglio più crudo.

E allora, quando ti tirano in mezzo in chiacchiere così, il prezzo del biglietto è già bello che pagato.