Censura da Facebook, autocritica e riflessioni attorno al concetto di volgarità

24 marzo 2013
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Jean Désiré Gustave Courbet, “Uomo disperato” autoritratto.

 

Il post di qualche giorno fa sulle malattie sessualmente trasmissibili, da me scritto con la volontà d’incentivare l’uso responsabile del preservativo, è stato censurato dalla mia pagina personale di Facebook per la seconda volta.

Facebook mi ha messa in punizione per 24 ore, tipo che mi sembra di stare in piedi, dietro la lavagna, in una di quelle scuole di uno di quei Paesi dove tendono a forgiare il tuo pensiero annullando la libera iniziativa.

Facebook mi ha avvertita con un testo scritto, motivando tale atto in modo molto vago e poco esaustivo, tinteggiando il tutto con un garbato tono minaccioso teso a evidenziare che, se mi ostinerò a violare il severo regolamento creato per combattere  violenza e oscenità, esiste la forte possibilità che la mia pagina venga chiusa.

Le ipotesi sono che Facebook sia arrivato a me grazie a qualche segnalazione di abuso da parte di qualcuno dei miei contatti oppure che abbia un rigido reparto di servizi segreti operativissimo.

Questa esperienza mi dà nuovamente la possibilità di riflettere attorno al concetto di volgarità, su cosa sia veramente osceno e cosa no, pensieri attorno ai quali m’ero arrovellata già ai tempi in cui scrivevo su Mondo Donna e che avevano portato alle mie volontarie dimissioni dal portale di informazione libera e indipendente Blogo.

Rimane il fatto che l’autocritica è sempre il primo passo per me, che mi colpisce pensare venga segnalato e poi censurato un testo magari neanche letto perché, a leggerlo di nuovo, davvero stento a trovare dei passaggi che incitino alla violenza, che contengano oscenità o volgarità di sorta.

Neanche nel titolo, per dire, dove posso riscontrare della discutibile ironia, semmai.

Rimane quindi la foto scelta: una vagina dipinta dal maestro Courbet, fondatore nonché leader della corrente realista in Francia il quale, oltre a esser pittore, svolse, con fervente convinzione, anche un servizio sociale di lotta a problematiche come le difficili condizioni di vita e lavoro di contadini e poveri. Scriveva a un amico nel 1850:

« …nella nostra società, così civilizzata, sento il bisogno di vivere la vita di un selvaggio. Devo essere libero anche dai governi. Le mie simpatie vanno al popolo, e devo rivolgermi direttamente a loro ».

Lo diceva Courbet, mica io ma scrivo in funzione del medesimo concetto poiché, da quando ho cominciato, non ho mai scordato l’indicazione datami: “Scrivere un post corrisponde ad affacciarsi a una finestra e urlare a una folla quello che hai da dire”. Quindi quello che ho da dire lo penso molto e bene e con senso di responsabilità e rispetto altrui.

Triste ironia se veramente il problema e la censura attorno al mio post sono stati causati dall’opera di un uomo la cui missione di vita corrispondeva alla ricerca della verità, intesa come unica strada percorribile per l’eliminazione di contraddizioni e disuguaglianze sociali.

E allora, pensa te che la questione rimane la stessa, dall’ottocento all’epoca dei social che viviamo. Non è forse contraddizione censurare opere d’arte perché ritenute improprie e vivere in una società dove le volgarità estetiche e intellettuali e politiche sono così numerose da non permetterci di respirare?

Volgare demagogia la mia, forse. Mi censuro da sola, quasiquasi.

« Ho cinquant’anni ed ho sempre vissuto libero; lasciatemi finire libero la mia vita; quando sarò morto voglio che questo si dica di me: Non ha fatto parte di alcuna scuola, di alcuna chiesa, di alcuna istituzione, di alcuna accademia e men che meno di alcun sistema: l’unica cosa a cui è appartenuto è stata la libertà ».

Lo diceva Courbet, mica io, ma vivo in funzione di questo medesimo concetto.

Buona vita (anche social) a tutti.