Clendy e l’incapacità di chiedere scusa

2 aprile 2013
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Si parla da giorni della campagna affissioni Clendy e del polverone mediatico fatto scoppiare grazie alla miccia accesa da Selvaggia Lucarelli.

Ne conseguono: rumore mediatico che arriva fino al Parlamento, intervento del Governo, Elsa Fornero che blocca la pubblicità in quanto “oltre a svilire l’immagine della donna istiga a ingiustificati e gravissimi comportamenti violenti”.

In breve: Clendy è un’azienda ubicata a Casoria, in provincia di Napoli, specializzata in prodotti per la cura della persona e della casa. Produce e vende cose come assorbenti, salviettine imbevute, bastoncini cotonati, spazzolini da denti, dischetti struccanti, deodoranti casa, panni di pulizia tra cui uno specialissimo, che “elimina tutte le tracce”. Il claim è stato abbinato a due immagini, for him and for her, che richiamano neanche troppo velatamente la scena di un delitto.

Camicia bianca e perfettamente stirata per entrambi i modelli protagonisti degli scatti fotografici, neanche una macchiolina di sangue ma non serve: l’ombra sul fondo della scenografia, presente in entrambi i soggetti, è quella di un braccio armato di pugnale. I corpi esanimi che appaiono in secondo piano determinano la quadratura del cerchio in una comunicazione tutt’altro che moderata.

Miccia accesa da Selvaggia Lucarelli, ebbene sì, perché non fosse per lei, nelle due settimane di affissione nessuno sembrava essersi accorto della gravità di questi messaggi – poi fatti passare per subliminali –. Tam tam mediatico di fans “selvaggi” e il web diventa palcoscenico di feroci critiche espresse anche con l’organizzazione di un vero e proprio boicottaggio ai danni dell’azienda campana, con tanto di modulo di segnalazione da inviare all’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria.

A questo punto la mia preoccupazione sale, soprattutto per i dipendenti Clendy per i quali provo una grande empatia e che, voglio dire, nulla hanno a che vedere con le scelte di comunicazione della dirigenza e con i loro errori.

Perché capita di sbagliare. Capita di sottovalutare la forza dei social e del web. Capita di aprire una pagina Facebook senza saper bene cosa voglia dire gestirla professionalmente. Capita, c’è mica niente di male, siamo tutti esseri umani messi su questa Terra per imparare a starci meglio possibile. E si impara dagli errori, certamente.

Ecco arrivare il comunicato stampa di Clendy, un documento che leggo avidamente cercando il riscatto di un’azienda che comprende i propri errori, che se ne scusa con parole calibrate e sincere, specchio di una lezione acquisita. Non sarebbe la prima volta e non sarà di certo neanche l’ultima che un’azienda compie delle scelte impopolari e gestisce goffamente le critiche (vedi il caso Parah che fa sfilare la Minetti, per dirne solo uno).

Del resto, in Italia, c’è ancora molto da conoscere e capire sull’arma a doppio taglio che può essere il web. Lo si capisce dall’uso un po’ troppo inconsapevole dei social capaci di trasformarsi da paradiso democratico in arena impietosa, dove il giudice sovrano è il pubblico che determina fortuna o morte, gloria o fine orrenda nella fossa dei leoni.

Ebbene eccolo, questo comunicato stampa firmato dal legale rappresentante di Clendy:

Comunicato Stampa 29-03-2013

“Costernato di fronte alla lettura assolutamente negativa, eccessiva se si considera la volgarità ed aggressività di altre pubblicità, data all’affissione pubblicitaria “ELIMINA TUTTE LE TRACCE” relativa al kit in microfibra “Elite” commercializzato dalla società che rappresento e alla conseguente speculazione mediatica che ne é seguita, voglio, con questo breve comunicato, chiarire, una volta per tutte, che non era assolutamente nelle nostre intenzioni lanciare alcun messaggio di violenza contro le donne che, al contrario, rappresentano per la nostra azienda un punto di riferimento per lo sviluppo e la creazione di prodotti di qualità.
Nel rispetto di quanti hanno colto un messaggio offensivo nella campagna pubblicitaria, certamente di natura involontaria e nel contempo, in ottemperanza a quanto disposto dal Comitato di Controllo dell’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria, comunico che provvederemo all’immediata rimozione di tutti i manifesti pubblicitari affissi.”

Una presa di posizione coerente con l’aggressività della campagna pubblicitaria criticata e con la scelta di gestire le proteste arrivate sui social media cancellando i commenti.

Trovo tuttavia corretta la visione secondo la quale si sia fatta speculazione mediatica sostenendo che la campagna in questione inciti ad atti violenti e svilisca la donna. A mio parere manca di rispetto verso l’umanità in genere, senza distinzione di sesso o razza. E non voglio credere che un’affissione con un panno viola che promette di togliere qualunque traccia, possa tranquillizzare possibili squilibrati che meditano l’omicidio.

La verità è che anche le polemiche non aiutano e danno importanza a una questione che poteva essere gestita molto diversamente anche dal Governo.

Fossi stata io l’Elsa di turno avrei preso il telefono, chiamato il capo di Clendy e gli avrei detto una roba tipo: “Guarda, diamoci del tu. Ci tenevo a parlarti perché, visto che non c’arrivi da solo, ti consiglio cosa fare: devi chiedere scusa. Perché quello che hai comunicato è risultato offensivo per molte persone, perché non puoi scrivere un comunicato stampa dove insinui che non sei tu ad aver sbagliato ma è la gente a non capire un cazzo, perché voi della Clendy non potete arrampicarvi sugli specchi asserendo che “la ditta voleva far leva sull’ironia del messaggio: sul manifesto si vantano le doti del nuovo prodotto che ammazza lo sporco” (dichiarazione espressa in un post da Stefano Antonelli, direttore marketing Clendy, fonte: techeconomy.it, ndr).

Se era questo che volevate dire l’avete capito solo tu e quelli dell’agenzia di comunicazione convinta, a torto, d’esser dotata di english humor. Ammettere d’aver sbagliato potrebbe ancora redimerti, forse. Perché sbagliare è umano ma perseverare è diabolico. E anche molto immaturo, aggiungerei nel caso specifico. Tipo che si tratterebbe di prenderti le tue responsabilità come imprenditore e come essere umano. Invece tu le stai scansando e la gente, sai, lo capisce subito ed è come l’odore di sangue per gli squali. Hai presente no? Ti parlo con affetto, le mie critiche vogliono essere costruttive più che altro per quei dipendenti Clendy che hanno la sola colpa d’aver bisogno della busta paga che gli dai.”

Imparare a dire “scusa” o “grazie” in modo sincero e guardando la persona che si merita una di queste parole – o entrambe – negli occhi, fa stare davvero meglio ed è l’inizio di una rinascita. Prova.