Non ci vedo bene ma ci sono: posta del cuore a Dio (Settima Lettera)

29 settembre 2013
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Rara immagine di Dio, ritratto in un momento di distrazione. Disegno di Elena Borghi.

 

Perse tutte le speranze, non ti rimane che scrivere a Dio, sperando che risponda.

Questa è una rubrica domenicale nata a Sua insaputa ma, ovviamente, anche a Sua immagine e somiglianza.

Domande, pensieri, parole, opere e omissioni di gente che, una qualche risposta precisa la vorrebbe. E chissà che magari un giorno non arrivino anche.

 

Caro Dio,

 

sono una donna piacente, anzi, una bella donna. Sono autonoma ma capace di chiedere aiuto, indipendente ma capace di accogliere. Single.

Ho passato molto tempo a leccarmi le ferite in seguito a delle corna subite in modo abbastanza becero. Gli uomini, tu lo sai, sanno esserlo a livelli insperati.

Non ho mai fatto la vittima a riguardo, anzi, ho saputo riderci sopra da subito. Non ho neanche cambiato la mia natura profonda: continuo a essere una persona solare, entusiasta della vita, felice delle piccole cose e, soprattutto, non ho mai accettato di fare l’amante e neanche le corna, a titolo di rivalsa sull’Universo o per rabbia. Lo trovo troppo svilente come ruolo inoltre non infliggerei mai gli stessi patimenti subiti a un’altra donna o a un altro uomo.

Oddio, sarei ipocrita se ti dicessi che il mio ego non subì un contraccolpo davanti alla faccenda “Mi trombo un’altra nonostante sia ben più brutta, con meno personalità, meno fascino e molti più problemi psicologici di te”.

Tuttavia quello, l’ego ferito dico, passa in fretta. Il dolore più lancinante e tenace, a mio avviso, è scoprire d’aver perso la fiducia.

Lo spettro del vittimismo mi ha sempre spaventata, anzi, terrorizzata. Alla fine ogni cosa che ci capita nella vita ha una sua radice in noi. Poi, gli stronzi si incontrano eh? Per carità. Però una buona dose di responsabilità è nostra, soprattutto nella volontà sibillina di pescare dalla cesta sbagliata. Sempre.

Ecco, voglio portare la mia testimonianza di Cornuta Ad Honorem dicendo che è quanto meno deplorevole piangersi addosso anche se, lo so bene, il dolore per la perdita di uno stronzo che amavi è assai forte.

Ero anche molto arrabbiata con te Dio. Non capivo perché tu mi mettessi davanti a questa prova così dura, io che avevo sempre cercato di vivere in pace e armonia con tutti, mi ritrovavo improvvisamente travolta da una cariolata di sterco (di vacca, è il caso di dirlo).

Pensai che avevo bisogno di un rito, un atto psicomagico alla Jodorowsky, che esorcizzasse il dolore e, nel contempo, ridesse il giusto valore alla mia persona.

Mia Nonna in quello stesso periodo decise di regalarmi un corno d’osso di facocero preso in un viaggio in Africa. Lei che mi ha sempre detto: “Non pretendere la perfezione da un uomo. Se ti vuole bene sinceramente, chiudi un occhio sui difetti, ma le corna, quelle, mai!”. Fu lei a ispirarmi.

Così disegnai il mio personalissimo trofeo d’oro, da portare al collo, con lunghe catene, fili diversi che tessono la nostra esistenza e quel corno, in bella vista. Presi anche una conchiglia, la feci immergere nell’oro per farla diventare ciondolo, simbolo delle verità che vogliamo ovattare, monito per ricordarmi di non ascoltare solo ciò che voglio sentire. A nessuno piace farlo ma la merda va spalata, prima che ti travolga.

Il risultato è una collana preziosa e non c’è donna che non la noti quando la indosso. Come se ci fosse una sorta di archetipo che fa loro comprendere, a livello inconscio, l’ironia e la forza di quel trofeo simbolo.

A volte racconto la storia della collana d’oro, altre la tengo per me, sorridendo, altre ancora sono le persone a chiedermi da dove provenga.

Molto spesso le donne mi chiedono di poterla provare ma quando la indossano il risultato è sempre deludente: “Ma cavolo… su di me non fa lo stesso effetto! Su di te sta così bene…”.

“Grazie”, rispondo sorridendo.

Spero che la mia testimonianza possa aiutare le donne cornute a non piangersi addosso ma a decidere di trasformare la merda in oro.

 

Ho fatto pace dentro di me con quel mio ex, tanto da augurargli ogni bene, seppur nell’indifferenza totale verso la sua esistenza.

Ho fatto pace anche con te Dio, da tempo, oramai. Anzi, volevo dirti grazie. Alla fine la tua volontà, anche quando non sembra, ha molto più senso di quello che si crede. E allora sempre sia strafatta.

 

In fede,

 

Grazia Graziella

 

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