Ode al Brodino

30 settembre 2013
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Brodino di pollo su tovaglia a quadretti, settembre 2013, Elena Borghi

 

E niente, a un certo punto della tua vita passi dallo stato d’infante che sbuffa e sbroncia se la sera si ritrova davanti un piatto di brodino, a uno stato d’anzianismo avanzato che quel brodino d’oro lo anela tanto quanto un antidoto al veleno.

Tipo che poi, la fase di mezzo dura pochissimo e sono anni bui, quelli, il Medioevo della tua esistenza. Anni sciocchi, durante i quali credi che la cosa più fica del mondo sia andare a cena ogni sera in un ristorante diverso per poi scoprire che niente è buono e giusto e sano come cucinare per se stessi o per gli altri, con amore.

Ecco allora io, per esempio, molto spesso arrivo stravolta la sera, magari dopo dodici o quattordici o, chessòio, sedici ore di lavoro, magari condite da vorticosi voli pindarici dell’umore, grazie a telefonate troppo lunghe, mail troppo numerose e persone troppo prese male.

Così magari cerchi quel supermercato lì, che rimane aperto fino alle 23. Oppure, meglio, ti sei organizzata e sei riuscita a passare da quel mercato rionale del lunedì che ti piace tanto, dove c’è il tuo ortolano di fiducia, che ti mostra sempre il sedano più fresco, le cipolle più succose, le carote tenere e imperfette, con ancora su le foglie.

Così sai che il progetto brodino potrà essere attuato. C’è tutto, anche il pollo e il manzo cresciuti in fattoria.

Che gli animali bisogna amarli e rispettarli, crescerli con amore, lasciarli liberi di pascolare e correre e galoppare e prendersi il sole e la pioggia, se ne hanno voglia, liberi di scegliere se brucare erba o fieno o foglie o bacche.

Allora, solo allora, mangiare carne ha un senso profondamente onesto. Nel momento in cui non potrò avere più questo, probabilmente smetterò di essere onnivora (ma continueranno a piacermi i manzi, per dire).

E quindi ode a te, brodino, che inauguri un nuovo inverno pregno di aspettative. Che non ho certezze nella vita tranne una: se vorrò una serata calda potrò farmela e soffiare su cucchiaiate d’oro, capaci di nutrire ogni mia cellula, sistemando tutta me stessa.