Non ci vedo bene ma ci sono: posta del cuore a Dio (Trentaduesima Lettera)

23 marzo 2014
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Rara immagine di Dio, ritratto in un momento di distrazione. Disegno di Elena Borghi.

 

Perse tutte le speranze, non ti rimane che scrivere a Dio, sperando che risponda.

Questa è una rubrica domenicale nata a Sua insaputa ma, ovviamente, anche a Sua immagine e somiglianza.

Domande, pensieri, parole, opere e omissioni di gente che una qualche risposta precisa la vorrebbe. E chissà che magari un giorno non arrivino anche.

 

Ciao Dio.

Ho seguito il tuo intervento in radio martedì 18 marzo, nel programma GAYDAY2 e ho molto apprezzato la tua presenza.

Io sono omosessuale, da sempre, da quando mi chiedevano: “Cosa vuoi fare da grande?” e io, a soli 6 anni, rispondevo: “ L’arredatore d’interni”.

Non ho mai dovuto fare coming out perché sono sempre stato consapevole della mia omosessualità. Ho avuto dei genitori comprensivi, non ho avuto traumi famigliari, mia madre non è più ansiosa di altre mamme italiane e mio padre non è mai stato una figura assente, anzi, entrambi mi hanno sempre riempito di affetto.

Da cinque anni sto con un uomo che amo, che mi ama e sostiene tantissimo, nonostante i mille problemi che perseguire il proprio sogno di vita possa comportare. Lavoro nel campo della moda e, a trentadue anni, mi ritrovo a fare i conti con un problema di non facile soluzione.

A forza di frequentare l’ambiente moda sto diventando omofobo.

Hai capito bene Dio: io, un omosessuale convinto (l’anno prossimo mi sposo con il mio compagno e presto ci trasferiremo all’estero per allargare la famiglia) sto diventando omofobo.

Avere a che fare ogni giorno con checche isteriche, incompetenti che, solo perché capaci di vendere la loro omosessualità grazie a una bella parlantina, riescono a convincere persone di alto livello di essere “creativi” di avere “gusto” e quindi viene data loro fiducia senza batter ciglio, ecco, avere a che fare con questo genere di persone mi sta sfinendo. Anche perché io stesso, da gay, vengo affiancato dagli eterosessuali, a quel genere di gay che io non sono.

Come mi sfinisce anche vedere gente creativa, sul serio, che si è fatta un mazzo così per ottenere professionalità ed esperienza, e si ritrova ad avere a che fare con questi finti creativi cialtroni che, ovviamente, sono frustrati e rompono i coglioni a chi davvero vuole lavorare bene.

Io sono esasperato, caro Dio e ti scrivo questo sfogo sperando tu mi possa aiutare a trasformare la mia omofobia in AMAFOBIA, per amare il prossimo (gay) mio.

Voglio dire, a tutti coloro che ti leggono, che si parla tanto di lotta contro l’omofobia, di lotta per l’emancipazione e contro i cliché legati alle minoranze, ma è anche vero che i miei colleghi ricchioni sono i primi a volersi immergere nei cliché fino al collo. E sai perché? Per accontentare chi si aspetta esattamente quello da loro.

Che se non dici certe parole tipo top/adoro/amo/ama/ever e chi più ne ha più ne metta, non sei gay. Non sei gay se non hai gusto nel vestire, se non fai un lavoro creativo, se non hai una certa sensibilità, se non ascolti un certo tipo di musica. Musica che, tra l’altro, non va oltre quei tre quattro nomi ma, credimi, di cultura, in genere, i gay sono sprovvisti. E sai perché? Perché non viene loro richiesta, infondo. Se sei gay non serve perché bastano quei tre/quattro cliché per venderti come meritevole a un certo tipo di ambiente.

Ecco, a me questo sistema fa schifo. Ma anzi, mi fa cagare proprio.

La fiducia sul lavoro ce la si deve guadagnare come tutti gli altri: con competenza, tecnica, esperienza e vera creatività. Non a colpi di manina avanti e indietro che neache una Zia come Elton John o con una finta cultura di matrice didascalica. Per non parlare poi dell’invidia e della cattiveria che i gay sono capaci di manifestare se si sentono in competizione oppure, semplicemente, se la tua presenza gli ricorda che la loro vita è tutta una menzogna.

Ecco Dio, io vado avanti per la mia strada, sostenuto da una famiglia e un uomo che mi amano e capiscono e una psicologa, una volta la settimana, anche. Perché, a volte, è davvero dura.

Ti mando un super abbraccio, firmato,

Blancanieves

 

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