Cultura del cibo: sentirsi Cracco, fare la spesa da Eataly. Sì ma poi li pulisci tu i fornelli?

28 aprile 2014
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Immagine di uno chef famoso che ha ceduto alla marchetta gusto patata.

 

Ispirata da un articolo del capace ed esperto Andrea Vigna, famoso per il blog panbagnato.com e per molto altro (leggi il suo post QUI), decido di dire la mia riguardo la crescente economia del Food (per dirla da Giustona). La moda del cibo genuino, delle ricette sofisticate, delle foto ai piatti, del chilometro zero, del battuto di pistacchi con pomodorino pachino che ormai si trova anche dal calzolaio e, in particolare, della Milano che risponde a questa moda, una Milano che, per inciso, se n’è sempre sbattuta altamente del cibo.

Il fenomeno del Food messo in bella vista nei palinsesti, nelle riviste, nelle piattaforme di comunicazione, nei festival, nei seminari, nei corsi, nei musei e anche, giuro, nei centri estetici, riguarda ovviamente tutta Italia. Non è certo cosa nuova ma cosa nostra: mamme che rimpinzano, figli che ingrassano sono sempre stati un must sin dal post boom economico.

Ma ora che c’è regressione? Ora che anche il milanese è attratto dal cibo, quello stesso milanese che oltre al risotto giallo, la cotoletta e gli ossibuchi, non ha mai cucinato, vuoi dire che ora il mondo gira al contrario? Quel milanese che ha sempre concepito come cena spiluccare da stanche ciotolone al bancone di happy hour, happy solo per dire? Quel milanese che è iconograficamente secco e idealmente votato al “Non si è mai magri abbastanza pensiero”, ora che anche lui si riempie la bocca di cibo e nomi di formaggi sconosciuti, ora che si dedica ai piaceri della tavola, vuoi dire che sarà meno schizzato?

Ovviamente il milanese se la vive a modo suo ovvero mettendosi in coda al supermercato.

Molta lotta venne fatta per non chiudere lo storico teatro Smeraldo e lasciar posto al mega store del cibo con super packaging Eataly. Molta amarezza fece quel gesto del direttore Marco Volante, che ridusse a quadrotti il tessuto del sipario, donandoli a tutti coloro che accorsero per dire addio a quel pezzo di storia della cultura di una città. La promessa è ricucirli assieme, quei quadrotti, e riaprire un teatro Smeraldo altrove.

Però niente, alla fine da quando il mega store in Piazza XXV Aprile ha aperto, io non ho mai visto assenza di coda. Una coda di gente così lunga non l’ho mai vista allo Smeraldo; forse l’ho vista per Monet e gli Impressionisti, semmai.

E questo la dice lunga. Dice che “siamo ciò che mangiamo” ma dice anche “almeno col cibo lasciami sognare, almeno col cibo fammi sentire ricco”. Sì perché a far la spesa in quei mega store, a scegliere il formaggio stagionato sotto le cure del Nonno di Heidi, a prendere un pacco di pasta di grano coltivato nella valle delle fate, con trafilatura a oro, bella rugosa, così tiri su tutto quel sugo con pomodorini cresciuti tra cielo e mare e pistacchi di Bronte, ecco a far quella spesa costa.

Eppure, oh, cosa vuoi? Non mi concedo nulla, a cena fuori ci vado solo se il conto lo paga l’azienda, lavoro fino alle nove di sera tutti i giorni, spesso anche il week-end, e fammi trattar bene, santodiquelcielo!

E c’hai ragione, c’hai. Penso solo che, come tutte le mode cresciute in fretta, ci siano anche tante sòle  in essa contenute e che la cultura del cibo non sia qualcosa che coltivi in un momento.

Sai fino a tre/quattro anni fa che fatica facevo a trovare le olive taggiasche? Ora guarda sugli scaffali e vedi quante ne trovi. In offerta, pure.

Penso a mio padre che venticinque anni fa credeva nel biologico VERO, credeva nel concetto di chilometro zero, credeva nell’utopia che se ognuno di noi provvedesse a se stesso coltivando un piccolo orto, alimentando due galline, molte cose sarebbero diverse. Ovvio che il milanese non lo può fare, per carità.

Venticinque anni fa lui ha creduto di poter cambiare le mentalità e si è trovato davanti a un muro di cattiva informazione che diceva sibillinamente: se il frutto è brutto e imperfetto è biologico altrimenti no.

Lui arrivava con le sue cassette di frutta stupenda, lucidata a mano (lo facevamo noi figli), succosissima, saporitissima, gonfia di terra e acqua e sole tanto da essere gigante, così inarrivabile nella perfezione di Madre Natura da essere considerata una bugia.

E invece, sai, la frutta imperfetta che ti vendono per biologica e che ti fanno pagare di più, molto spesso è lo scarto della produzione industriale, con tutti i suoi bei pesticidi sopra. E se non ti inculcavano quella cazzata del biologico=brutto, come facevano a farla fuori? Mica vorrai darla ai maiali no?

E invece, sai, se tu veramente vai a ripulire l’aria e la terra da anni di pesticidi e vai a ricostruire il micro clima naturale di insetto mangia insetto, adotti strategie di irrigazione senza sprechi attingendo a vasche di raccolta acqua, se ripari la frutta con teli anti grandine, sai che, oh, la frutta viene perfetta e, soprattutto, sana per davvero?! Pazzesco eh?

Ecco, mio padre c’ha rinunciato a quel sogno perché è stato impossibile lottare con enormi mulini a vento, lui Don Chisciotte con in mano un sogno. Troppo avanti, forse. E quando lo sei le pale girano eh? Ah, se girano.

A me rimangono i ricordi di una frutta che probabilmente non mangerò mai più nella mia vita. Rimangono i sorrisi davanti a questo fenomeno e a chi scopre cose normali come farsi la pasta in casa o viaggiare cercando con curiosa gioia il prodotto autoctono, o sapere la differenza tra volersi bene e mangiare tanto per sopravvivere.

Ecco, sorrido e dico grazie ai miei genitori per avermi resa libera dalle mode, in tutti i settori.

Come dice Andrea Vigna nel suo post: “Ho visto uomini felici di attendere in coda per entrare a far la spesa – ripeto FELICI IN CODA PER ENTRARE A FAR LA SPESA. Gli stessi uomini che fino a tre mesi fa al solo pensiero di accompagnare la dolce metà a riempire carrelli avrebbero rinunciato a sesso, tv e calciotto per un paio di giorni.”.

Speriamo che almeno, questa moda, porti a uomini che vogliano sedurre cucinando cibo garbato, che sappiano abbinarci sopra il vino giusto, magari senza ostentare la propria cultura e offrendosi volontari anche per la pulizia dei fornelli, per dire.