Il mare d’inverno parla e dice cose scomode

6 gennaio 2015
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CLICCA " target="_blank">QUI PER L’AUDIO TRACCIA DEL RACCONTO, PENSATA PER CHI NON PUò LEGGERE MA CI SENTE BENE.

 

Ho preso un treno per venire da te. Sembra l’inizio di una canzone banale invece è la fine di un anno, un altro anno passato senza sapere chi sei.

Allora decido che devo rivedere almeno il mare, in questo capodanno, visto che del tuo capoccione neanche l’ombra.

Ma io ho pazienza. Ne ho con me che son lenta di comprendonio, figurati se non ne devo avere con te che invece hai capito tutto di me, che manco sai che capo c’ho. O, meglio, sai che ho un altro capodanno senza di te.

Sì perché secondo me tu lo sai che non sono ancora pronta, quando per «pronta» intendo dire che non ho ancora urlato incazzata al cielo “Voglio la mia anima gemella! Voglio il mio consorte! Voglio il padre dei miei figli! Voglio l’uomo che farà di me un noi!” e allora, intanto che vengo matura, vai con le Altre. Altre con le quali, per inciso, non funziona, non va, non ce n’è perché, chiaramente, sei la MIA anima gemella e non la loro.

Però tu di venire a prendermi non ne hai proprio intenzione e fai bene, anche per questo ho pazienza con te sebbene io non ti conosca. Tu temporeggi andando con Altre perché è me che aspetti o, meglio, aspetti che io lanci quell’urlo incazzato.

Sia ben chiaro: non è che le cose non le so. Io le so solo che, come dirtelo? C’ho i miei tempi.

Però, devi saperlo fin da ora, io lo so che son dura di comprendonio. Mi vedo dall’esterno, come fanno quei Guru che trascendono. Mi visualizzo che cammino e picchio la faccia contro muri invisibili. Allora mi metto una mano davanti al naso, controllo se è ancora intero dopo l’ennesimo tonfo sfacciato e vado avanti.

Il mio naso arriva prima del mio comprendonio, ecco.

Leggo BORGHIdera anziché Bordighera e decido di scendere da quel treno che mi porta da te. Cioè non te in quanto anima gemella, ma te in quanto Mare.  Sembri così vicino Mare, che, quasi, il binario, deserto e lilla di tramonto, pare un bagnasciuga.

Il treno scorre via silenzioso, alle mie spalle, come se scivolasse a pelo d’acqua. Proseguirà il suo viaggio verso un altro Paese. Magari è il tuo Paese, chissà.

Chissà dove sei cresciuto, dove vivi.

Chissà se quel treno per BORGHIdera l’hai mai preso anche tu.

Sono ancora sul binario, ferma, che ti osservo, Mare. Sta iniziando il tramonto che, bizzarramente, sembra nascere dal fondo marino.

L’acqua sembra essersi d’un tratto accesa, come farebbe l’insegna al neon di un locale discreto e un po’ malinconico, dai clienti solitari, che stan soli, al bancone e che pensano meglio col bicchiere in mano. In effetti tu sei diverso dall’alcol, Mare. Sei analcolico, tanto per cominciare e fai pensare, a differenza del tuo antagonista scaccia ricordi. La tua superficie immobile, grazie a un inverno garbatamente freddo, sembra il vetro retroilluminato di quell’insegna che dice «Parla pure, senza fretta».

«Ti trovo sgargiante, Mare. In splendida forma, aggiungerei.»

«Non posso dire lo stesso di te, francamente. Ma è pur vero che ti ho vista peggio, anni fa.»

«Puoi dirlo forte. In realtà ero convinta di star bene fino a poco fa. Appena ti vedo sempre così: cominci a dirmi delle cose. Cose schiette, cose scomode, se vogliamo, ma cose che vanno dette. E io le accolgo, tutte, con un’accoglienza che con altri non avrei, sappilo Mare. Ma io ti apprezzo anche per questo.»

«Sarebbe vagamente ridicolo che tu replicassi con un «Ma chi ti credi di essere!?» non credi?»

«Sì, con te è diverso in effetti. Prendo e porto a casa, senza diritto di replica. E poi, fastidio vero, hai sempre ragione. Del resto, sei il Mare, sei onesto, sei leale financo alla spietatezza. È un errore pensare che la lealtà non possa contenere atroci armi di distruzione di massa, tipo la spietatezza efferata della schiettezza senza filtri. Ma io ti apprezzo anche per questo.»

«Lo so. Per questo ti parlo. Non spreco neanche una parola con chi non vuol sentire o non vuol credere o, peggio, con chi vuol credere alle bugie che si racconta e magari dà a me la colpa con frasi patetiche tipo “Il Mare mi mette tristezza”, “Il Mare mi mette angoscia”. Tutte cazzate. Non c’hanno voglia di fare i conti con se stessi e danno la colpa agli altri, sempre e comunque!»

«È la prima volta che ti sento dire una parolaccia. Ti fa salire il maremoto ‘sta faccenda eh?»

Intanto mi sono avvicinata a casa del Mare. In genere Mare abita sempre in via Lungomare. Spesso l’ingresso al Mare è dato dagli stabilimenti balneari o da qualche bar con terrazza che, nei Lungomare più miti, rimane aperto anche d’inverno. Questo mi fa venire alla mente un certo piacere che certi rumori mi danno:

«Mi è sempre piaciuto il rumore tondo dei tacchi di cuoio sulle assi di legno. Lo sai che, una volta, qualcuno mi ha detto che ci sono certe persone che di lavoro fanno i rumoristi. Essi, i rumoristi, doppiano i rumori dei film, quei rumori che non son venuti morbidi e tondi, accentuati e di rafforzo alla sceneggiatura quanto il regista desiderava. Ecco, a me il lavoro del rumorista è un lavoro che piace. Uno di quei lavori destinati alla sensibilità.

Non ho mai conosciuto un rumorista ma, se lo conoscessi, certamente gli direi “Grazie” per tutti quei film dove i tacchi di cuoio suonano morbidi e tondi sulle assi di legno.»

«E perché mi dici questo ora?»

«Perché ho appena visto una casetta di legno con assi di legno a terra che, secondo me, suonano benissimo con i miei tacchi di cuoio.»

«Prova! Coraggio. Conosco bene i proprietari, son miei amici. Digli che ti mando io, il Mare. Son persone che non rubano il tempo e, se ne hai in eccesso, lasciano che tu te lo goda. Tutto. Fosse anche che te ne stai tre ore davanti a un caffè. Se non ricordo male a te non piace bere il caffè di corsa…»

Quel piccolo bar di legno poggia robuste palafitte sulla spiaggia e offre un panorama davvero perfetto per sentire bene cos’ha da dirmi Mare.

L’ingresso è una stretta passatoia che termina direttamente sul terrazzo a spiovente, anch’esso di legno.

In bella vista c’è il menù. Sotto alla scritta «polpo con patate prezzemolate» altri due cartelli: uno arancione con il disegno stilizzato di un uomo in carrozzella, l’altro, più piccolo, reca un messaggio diretto ai viandanti:

-L’ACCESSO AI DISABILI È GARANTITO A BRACCIA DAL PERSONALE-

«Perché ti stupisci? IO sono IO per tutti.»

«Sì, certo. No, non sono stupita per la volontà di superare barriere quanto per la volontà di prendersi un impegno. Ma lo sai cosa vuol dire un cartello così?

Vuol dire certezza.

Vuol dire fidati di me.

Vuol dire mi fido di te.

Vuol dire mi so prendere un impegno.

Vuol dire ho così tante palle da prendermi un impegno.

Vuol dire non avere paura.

Vuol dire non ho più paura.

Vuol dire non sogno un mondo migliore. Lo faccio, cristosanto.

Vuol dire ci saranno anche delle regole ma le mie sono strepitose.

Vuol dire vivila tu una vita dove tutto ti scorre accanto. Io me la veleggio.

Vuol dire che il mio stupore è frutto di un’abitudine ormai a trovare il contrario.

Vuol dire non mi voglio abituare all’inettitudine.

Vuol dire che quell’urlo incazzato al cielo lo sto per tirare. Manca poco. Manca tanto così.»

«Sei sempre stata dura di comprendonio, anche di macro concetti elementari, per dire. Ma alla fine ce la fai sempre. E sai cosa ti salva?»

«Cosa?»

«Le sfumature.»

«Grazie.»

«Prego.»

 

Tratto da «Racconti attorno a un atteso sconosciuto», un libro che non esiste ma che, un giorno, scriverò. Racconto II.