Azealia Banks a Milano: il concerto che non ti aspetti

14 maggio 2013
Condividi su

 

 

Succede che, niente, la Vale mi chiama e mi fa: “Andiamo a fare le cretine al concerto di Azealia Banks?”. E cosa gli vuoi dire, di no?

Non tanto per la Banks quanto per il “fare le cretine”, che, come mi ha insegnato mia mamma, non ce n’è mai abbastanza nel mondo di donne con personalità che decidono, saltuariamente, di fare le cretine di gusto.

Un gruppo di balorde niente male messo su per sentirci giovani e spensierate, anche se per me mica è vero che i giovani si sentono spensierati, manco per le balle che lo ero io, per dire. E neanche il pubblico della Banks, che comincia con presenze liceali in cerca di vie di fuga più durevoli possibile per poi fortificarsi con presenze di tardoni hipster-rapper-chic in cerca di vie di fuga temporanee.

Un bel pubblico che sempre più si prende bene nell’arena dell’Alcatraz di Milano. Esattamente come accade a noi, gruppo di balorde senza troppe aspettative, verso una ghetto rapper che, nel mio caso specifico, era riuscita anche a innervosirmi con il pezzo “Yung Rapunxel”, facendomi pensare: “Ma questa chi è? Ma questa cosa vuole? Ma questa mi fa latrare come un cane davanti a ultra suoni fastidiosi”. E invece tu lasciati servire da quelli di VICE che, oh, cosa vuoi che ti dica, non sbagliano neanche a ‘sto giro.

L’Azealia mi nasce nel 1991, ovvero nell’anno in cui avevo già dato il primo limone duro e avevo già scoperto che essere donna rappresentava un potere pazzesco. Ecco, lei invece era alle prese coi rigurgiti e le colichette e mentre io esploravo il mondo certa che l’avrei sfondato, lei non sapeva manco di essere al mondo e che l’avrebbe sfondato.

Sì, perché la Banks, complice il cognome e chi lo sa cos’altro, è una macchina perfetta e calibratissima per far soldi.

Ma la Banks è molto più che una caga mazzette in fogli da 1000$, molto oltre uno di quegli ologrammi messi giù benino da discografici accortissimi, molto diversa rispetto al prodotto commerciale stile “Sciòpussavia”; vedendola live cambio idea grazie all’essenza fattore X che emana con forza prepotente.

Quindi il nostro sentirci come zie che accompagnano i nipoti adolescenti al concerto del loro idolo dell’anno, con quel distacco misto “vabbè son qui per bere”, diventa entusiasmo destinato a salire tanto da farci allontanare dalla zona bar per tuffarci nell’arena a saltare con le braccia alte. E guarda che staccarci dal bar era mica facile, considerando anche che le piastre per i panini erano nulla facenti e avevamo già in programma di farci tutte il frisée.

Quindi il nostro gallinaio teso a ipotizzare che live la Banks non sarebbe riuscita a reppare così veloce come nei pezzi registrati, viene zittito dalla scoperta di Banks Gran Fica Live.

E parla veloce mentre canta, così veloce che un concerto dei suoi ha una quantità di parole pari a due di quelli di Finardi (test da studi approfonditi dalla Vale lo dimostrano).

Quindi la Banks non si impappina. Mai. Però si passa la lingua sulla gengiva superiore, spesso. Forse per colpa di bianchissimi denti da coniglietta molto sporgenti su cui si deposita il rossetto di labbra carnosissime. O forse per altre ragioni, chissà.

Fatto sta che la Banks mi conquista. E mentre la vedo intrattenere perfette public relations, da imprenditrice matura e consapevole, con Anna Dello Russo, mi sforzo di pensare che è nata nel 1991 e che il 31 maggio compie 22, dico, ventidue, cazzutissimi anni. Happy BitchDay darling.