Tra cinque minuti in scena: un film d’amore tra figlia e mamma (a carico)

2 luglio 2013
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Gianna Coletti e la madre Anna in una scena tratta da “Tra cinque minuti in scena”

 

Ho poche qualità ma una è certa: piaccio molto ai bambini e agli anziani. È con quelli dell’età di mezzo che ho dei problemi, semmai.

Non con le donne però: piaccio molto anche a loro, in genere.

Tutto sommato rimangono fuori gli uomini, che siano più giovani, della mia età o più maturi ma questa è un’altra storia.

Tutto sommato rimangono fuori gli uomini anche dai protagonisti del film che ho visto stasera: “Tra cinque minuti in scena”, opera prima e indie di Laura Chiossone (vedi sito ufficiale QUI).

Un film che è una sfida ovvero raccontare la vecchiaia e il tenero rapporto di una figlia con mamma a carico senza pesantezza ma con leggero, sensibile e delicato realismo. Ti dico subito che la sfida è vinta o, almeno, la vince per me.

“Tra cinque minuti in scena” è un film che si bacia appassionatamente con documentario e teatro. Un gioco a tre capace di generare il racconto autobiografico della bravissima protagonista Gianna Coletti e del suo rapporto con la vulcanica madre, classe 1920, Anna, ma anche l’analisi di un Mondo Donna caleidoscopico, con tante figure con le quali raffrontarsi.

L’uomo, in questo film, è un accessorio laterale non certo perché si voglia dire che non ne esistano capaci di provvedere a papà o mamma che a un dato momento diventano figli, ma perché, da parte della regista, esisteva forte la volontà di raccontare le donne. E nella storia delle donne l’uomo è spesso assente o fragile o fuco fonte d’energia e ispirazione. Tutte qualità ottime, per carità, ma insufficienti come aiuto concreto a una donna con mamma a carico.

“Tra cinque minuti in scena” non è un film che parla di malattia perché Anna non è malata: è solo vecchia e totalmente dipendente dalle attenzioni della figlia che, in questo ruolo, si è messa in gioco con la sola volontà e la naturalezza di volersi godere la madre come co-protagonista. Signora Anna è sempre stata piena di vita e l’ha vissuta a Milano dove s’è spaccata la schiena lavorando perché voleva che la figlia Gianna potesse avere successo come attrice e regalarle, magari, una vecchiaia vista mare.

La villa al mare cede il posto a un rapporto dalle solide fondamenta, con dialoghi tra madre/figlia e ambientazioni talmente naturali (grazie allo sceneggiatore Gabriele Scotti in collaborazione con Francesca Tassini e allo scenografo Paolo Sansoni) da farti chiedere da subito dove cominci la sceneggiatura e dove la realtà. Storia di più donne ma la regina di tutti i cuori è lei, la Signora Anna che, nonostante la stanchezza di vivere, le avventure coi badanti, con il catetere, con i mille impegni (della figlia) da far quadrare con il suo bisogno di lamentele e amore, continua ancora a distribuire michette fragranti di vita al sapore di dialetto meneghino.

Un film capace di animare la platea con soffice tenerezza, leggera risata e malinconica tristezza anche in chi, magari, questa storia non l’ha ancora vissuta sulla propria pelle.

Traspare tantissimo l’onestà delle immagini frutto di un team di professionisti realmente affiatato e che, insieme, ha lavorato divertendosi. Diversamente, non credo sarebbe stato possibile ottenere una platea che, verso la fine, esplode in un potpourri di lacrime e risate, con nasi che soffiano e bocche che sorridono, di cuore.

Ecco ti scrivo perché ci tengo a dirti di non fartelo scappare “Tra cinque minuti in scena” dalle sale (vedi QUI dove vederlo) che sarebbe un peccato anche perché, così mi ha detto Gianna Coletti in un confronto veloce post proiezione, la Signora Anna vuole già farne un altro di film. Ancora più grande e bello.