Halloween 2013: trucchi per toglierti la maschera che indossi (tutti i giorni)

28 ottobre 2013
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Romano Campagnoli “Dalla Medusa del Caravaggio”, collezione privata, per gentile concessione di Elena Datrino Photographer.

 

La Festa dei Morti si avvicina e con lei anche i mega parties a tema splatter.

Le Genti s’ingegnano per esorcizzare l’inevitabile dipartita terrena nelle varianti più incredibili e pittoresche: ferite sanguinolente, teschi vezzosi, zombies affamati, bambole Vudù sexy, vampiresse hot e Lady Gaga sembrano essere i temi terrificanti che vanno per la maggiore. Anch’io, insieme al mio make up artist preferito Piero Marsiglio, mi sono divertita a dare suggerimenti per trucchi orrendi fatti a modino (vedili QUI).

“I morti son morti e bisogna lasciarli morti” diceva il saggio. Ma oltre a essere convinta che l’aldilà esista, credo, ancor più nel profondo che, da quelle parti, esista il senso dell’umorismo e che, per come siamo messi quaggiù, si facciano gran risate alle nostre spalle.

Dandosi di gomito, diranno: “Ci credono morti ma i morti sono loro!”, spanciandosi a crepa pelle.

Si chiederanno come possa essere possibile che riteniamo più semplice guardare chi sta affianco a noi, criticandolo, denigrandolo, invidiandolo su ciò che è, dovrebbe essere e sarà piuttosto che rivolgere il nostro sguardo impietoso verso noi stessi, per migliorarci.

Si chiederanno -magari- perché riteniamo difficile e faticoso fare auto analisi, capire cosa non va e, semplicemente, estirparlo rispetto a portarsi dietro, ogni giorno, una grossa nuvola nera gonfia di pessimismo, negatività, malumore, ansia, preoccupazione.

A pensarci, è buffa come faccenda, in effetti. A pensarci ancora meglio conoscerai di certo molte persone che danno agli altri la colpa della propria infelicità anziché a se stessi. Anzi, forse tu stesso attui questo modus vivendi.

Se proprio vuoi pensarci fino in fondo, già che ci sei, converrai con loro (i trapassati) che è ben più faticoso e difficile costruire nuvolette nere che ti seguono pesanti anziché arcobaleni colorati che sgorgano dal cuore.

Ma tant’è.

Rimango convinta che la grande privazione che ci hanno inflitto sia stata non dirci che Gesù faceva la pipì e la cacca come tutti. Ce l’avessero scritto, chessòio, in qualche Vangelo, magari avremmo potuto accelerare la nostra evoluzione, comprendendo che in ognuno

di noi albergano possibilità meravigliose capaci di renderci strumenti incredibili, adatti a creare le musiche più ispirate.

Avessero scritto che Gesù era un uomo come noi solo che cosciente quindi capace di far fluire le proprie energie in modo strabiliante, e non avessero voluto farci intendere che era un Dio lontano da noi, avremmo compreso prima che in ogni essere umano albergano possibilità capaci di prodigi.

E allora niente, ti ostini a fare il trombone quando in realtà sei nato per essere violino. Ti ostini a suonare una musica che non ti appartiene, trincerato nella cocciuta volontà di non guardarti dentro.

E non dire che è faticoso e non dire che è difficile. È tutto lì, pronto, dentro di te.

Guardati.

Togli le corde che la vita ti ha rotto e comincia, finalmente, a suonare la tua vera musica per vivere qui, su questa Terra, amandola fin nel profondo, in tutte le sue forme, incarnando in te stesso il cambiamento che chiedi agli altri.

La tua vita è come un libro non libro che puoi decidere o meno di leggere. Fa parte del gioco il libero arbitrio.

E allora niente, forse è questo il segreto per combattere la paura della Morte: vivere in piena consapevolezza la Vita.

Quindi: dolcetto o scherzetto?