Melancholia film: recensione in pillola (prolissa)

2 gennaio 2014
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Melancholia è un film del 2011, scritto e diretto da Lars von Trier regista pluristellato, pluripremiato, pluriapprezzato che ho sempre rifuggito con tenacia.

Poiché il DuemilaCredici è finito con buoni propositi nel cuore (leggili QUI) e il Duemilaquattordici è cominciato inondato di luce del Sole, ho ritenuto di passare la sera del primo gennaio guardando uno dei suoi film, Melancholia appunto, proprio per superare certi miei limiti.

Come, per dirne uno, il preconcetto che un regista come von Trier, che fa film come i suoi, sia simile ai famosi biscotti danesi: inverosimilmente pesante per colpa del burro.

Non so ma a me, di lui, è sempre arrivata la cappa di pesantezza depressa di presomalismo cosmico già solo leggendo i titoli e, onestamente, sono cose che mi annoiano.

Dopo aver visto Melancholia confermo tutti i miei preconcetti compresa la noia ma, devo ammetterlo, provando anche una morbosa attrazione e un perverso attaccamento per questo film, tanto da riuscire a guardarlo tutto. Credo fosse dovuto al profumo di Melancholia e alle sue note di testa: assi di palcoscenico, tende di sipario, muffa e Wagner mi hanno inebriata. Anche se il sentore di teatro è lontano mi stordisce sempre., non ce n’è. Per me è come quando senti l’odore dell’uomo che ami: ti entra nello stomaco per tirarti un pugno da dentro.

Così, quella notte, ho fatto un sogno lunghissimo dove sapevo di dover morire come in Melancholia e mi circondavo dei componenti della mia famiglia come unici compagni in attesa dell’ecatombe.

Erano tutti più giovani, con i miei fratelli adolescenti si attendeva la morte nella camera di quand’ero ragazza mentre subito dopo mi ritrovo, com’è tipico nei sogni,  a bordo di quella Mercedes marrone anni ’80 che tanti viaggi fece fare a me e alla mia famiglia, in sei, tutti schiacciati. In macchina eravamo solo io e i miei genitori: io sempre uguale, loro più giovani di trent’anni. Mia madre seduta dietro, lei mi faceva sempre stare davanti perché da piccola soffrivo di chinetosi.

Mio padre, nel sogno, guida una strada dritta e mentre stiamo per entrare in un bosco con la consapevolezza che, di lì a poco, saremmo tutti morti come in Melancholia, mi sveglio e con quel misto di stupore/sgomento/gioia comprendo che il mondo non sta per finire e che, cazzo, era solo un sogno avuto per colpa di Lars.

E allora, caro il mio regista danese ripieno di burro, solo per il fatto che mi hai fatto rivivere la famiglia come quando ero piccola, solo per la sensazione di essere scampata alla morte e che, di conseguenza, io mi sia sentita più gioiosa e piena di vita del solito, solo per questo mi vedo costretta a constatare che non sempre un film depresso porta depressione o ansia.

Unica cosa che ti chiedo Lars: perché fai dire continuamente ai tuoi personaggi che il campo da golf ha 18 buche e, in una frazione di secondo, si vede una bandierina con scritto 19? Chi mi risponde vince una birra.

 

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