Non ci vedo bene ma ci sono: posta del cuore a Dio (Ventiduesima Lettera)

12 gennaio 2014
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Rara immagine di Dio, ritratto in un momento di distrazione. Disegno di Elena Borghi.

 

Perse tutte le speranze, non ti rimane che scrivere a Dio, sperando che risponda.

Questa è una rubrica domenicale nata a Sua insaputa ma, ovviamente, anche a Sua immagine e somiglianza.

Domande, pensieri, parole, opere e omissioni di gente che una qualche risposta precisa la vorrebbe. E chissà che magari un giorno non arrivino anche.

 

Ti parlo spesso. Mi stai simpatico. Ma, prima d’ora, non ti avevo mai scritto Dio, no, quello mai.

Ecco io, è vero, sento voci, vedo ombre che mi sfrecciano accanto, non sempre eh? Qualche volta. Per me è normale. Tutto sommato. Cioè, ci sto bene con questa mia realtà, forse perché non ne conosco altre.

Mi piace il vento, tanto, nessuno mi pettina meglio di lui. Mi piace cucire, di lavoro faccio la stilista ma preferisco fare la sarta e cucirli i miei disegni. Mi piace svegliarmi quando fuori c’è il sole e lasciarmi attraversare dai raggi che entrano nella mia casa mentre guardo fuori e bevo caffè. Una caffettiera da quattro, tutta per me, senza zucchero.

Un giorno ho conosciuto un ragazzo e ho cominciato a dividere le mattine e il caffè con lui. Dapprima qualche volta, poi sempre di più, infine ogni giorno.

All’inizio mi pesava un po’ questa faccenda di dividere il caffè con lui. Poi ho comprato una caffettiera da otto e ho accettato la sua proposta di vivere insieme.

All’inizio era un idillio: mi piaceva tutto, ci piaceva sempre.

Che tenerezza gli uomini ignari. Lui era un ignaro, infondo.

Quasi subito ho notato che non faceva mai domande a se stesso, non c’erano mai momenti di autoanalisi per lui, mai tormenti, mai trasformazioni, di nessun tipo.

Che tenerezza gli uomini ignari lui lo era e rispondeva a tutto e a tutti con quella finta arroganza di chi si sente il migliore e non progredisce mai perché, in realtà, non sa da che parte cominciare a prendersi in mano.

Così, ogni tanto, a caso, facevo in modo di litigare con lui. Volevo scuoterlo, Volevo provare a vedere se ci riuscivo a farlo andare avanti da quei blocchi di partenza che sentivo come una minaccia. Niente. Imperturbabile.

Cioè no, litigavamo e mi dava della pazza ma non vedeva il mio sgomento davanti a lui, sempre fermo. Non vedeva la mia fatica nel tenere a bada tutto di me che pulsa e si agita nel petto. Non comprendeva la mia rabbia nel costatare che andavo avanti, senza di lui. Macinavo metri negli anni e lui sempre più indietro, sempre più fermo a quei blocchi di partenza di granitiche certezze finte.

Lo amavo. Volevo riuscire a camminare con lui, volgere lo sguardo e trovarlo accanto. Non dietro.

“Tu sei pazza. Devi farti aiutare. Devi farti curare, da uno bravo” mi diceva.

Così un giorno ho cominciato a credergli sul serio. Non volevo lo psicologo. Me lo potevo anche permettere ma non mi interessava. Sentivo il bisogno di conoscere gli altri, capire se tutti come me avevano demoni da domare, incertezze, periodi di crisi. Così decido di andare a uno di quegli incontri di gruppo, di quelli dove ci si siede in cerchio, su sedie in laminato plastico e ferro, in una stanza anonima, illuminata a neon. Unico abbellimento, i poster informativi attaccati con lo scotch al muro, tinteggiato metà a tempera bianca e metà a smalto avorio, effetto buccia d’arancia.

Bè, Dio, è lì che ho conosciuto Effe. Tutti dovevamo dire il nostro nome di battesimo. Lui aveva detto di chiamarsi Effe e per me è rimasto quello il suo nome.

Mi colpì subito, fu come conoscerlo da sempre, da una vita. Fu lo stesso per lui.

Alla fine del secondo incontro di gruppo, mi si piazzò davanti e mi disse: “Vieni con me a camminare per strada fino a quando non ce la facciamo più?”. Camminammo e parlammo tutta la notte. La stanchezza non arrivava perché volevamo stare insieme. Tenacemente.

Tornai a casa alle cinque e ventiquattro del mattino. Lo ricordo bene perché Giulio, l’uomo ignaro, lo ripeté moltissime volte.

Aprii una valigia mentre lui urlava cinqueeventiquattrocinqueeventiquattro. Non dissi niente, lo lasciai parlare. Ci misi dentro lo spazzolino, pochi vestiti strambi fatti da me. Con l’altra mano presi la macchina da cucire e con un piede mi portai dietro le spalle la porta, che si chiuse davanti alla faccia di Giulio.

Ora vivo con Effe, siamo molto felici. Non mi sono mai sentita così serena nella mia vita. Continuiamo ad andare agli incontri di gruppo perché ci siamo affezionati a quel momento dove siamo individui che si cercano davanti all’altro, onestamente. E perché il caffè del termos che servono alla fine ha il sapore buono di quel primo caffè insieme.

Giulio invece, dopo che l’ho lasciato, è stato molto male. Non se ne faceva una ragione e, soprattutto, non riusciva a domare le domande che lo affliggevano e che, di fatto, non avevano risposta.

Alla fine è andato da uno psicologo che gli ha riscontrato un forte esaurimento nervoso unitamente a una grave forma di disturbo ossessivo-compulsivo. Così mi hanno detto.

Stiamo pensando di trasferirci a Londra. Cercheremo anche lì i nostri incontri di gruppo. Vorremmo sposarci. Nessuno dei due ha mai creduto nella cerimonia celebrata da un prete ma crediamo in un Creatore del Tutto che ci ha fatti incontrare e vorremmo promettergli che ci ameremo e sosterremo per sempre, nella gioia e nel dolore e in tutte le altre forme meravigliose di emozioni sconosciute.

Quindi, ti va di sposarci?

Grazie di tutto. I tuoi disegni son sempre i migliori.

Isabella

 

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