Non ci vedo bene ma ci sono: posta del cuore a Dio (Venticinquesima Lettera)

2 febbraio 2014
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Rara immagine di Dio, ritratto in un momento di distrazione. Disegno di Elena Borghi.

 

Perse tutte le speranze, non ti rimane che scrivere a Dio, sperando che risponda.

Questa è una rubrica domenicale nata a Sua insaputa ma, ovviamente, anche a Sua immagine e somiglianza.

Domande, pensieri, parole, opere e omissioni di gente che una qualche risposta precisa la vorrebbe. E chissà che magari un giorno non arrivino anche.

 

Caro Dio,

la mia non sarà la storia triste di un disoccupato che non riesce a pagare la rata del mutuo, o quella ingiusta di un cassaintegrato che non sa per quanto potrà pagarla. La mia storia è quella di un uomo di 36 anni, che lavora, che ha una società con la consorte, che fa il lavoro che ha scelto ovvero il grafico/art director e che ama il suo lavoro.

“Cosa ci sarà mai di triste in questa storia quindi? Perché la premessa sul disoccupato o sul cassaintegrato? E, soprattutto, perché mi hai bestemmiato tanto in questo periodo se tutto va bene?”, ti starai chiedendo.

Ecco, la mia storia prosegue così: il lavoro va bene, abbiamo un giro piccolino di clienti consolidati e ne cerchiamo sempre di nuovi, lavoriamo una media di 12 ore al giorno, molto spesso anche nei weekend. Per risparmiare, la nostra abitazione è anche il nostro studio, siamo in affitto, ci piace ma vorremmo un giorno poter diventare una famiglia e quindi prendiamo in considerazione l’ipotesi di comprare casa.

Il nostro giro d’affari è tale che ci permette di vivere senza che nulla di indispensabile ci manchi ma neanche senza lussi al di là di un paio di viaggi di pochi giorni in qualche città europea e piccoli sfizi come cene, aperitivi, situazioni normali per una coppia della nostra età, credo, che lavora e che ha anche diritto di svago.

Paghiamo le tasse regolari, non lavoriamo a nero, dichiariamo tutto. Da parte, non riusciamo a mettere via quasi nulla. Basta un extra inaspettato come lavatrice da cambiare o lavori dal dentista e non rimane nulla. C’abbiamo provato, rinunciando anche a cene, viaggi e piccolo shopping, ma il risultato era sempre lo stesso quindi ci siamo detti che, forse, non ne valeva poi tanto la pena.

Tuttavia comincia la ricerca della casa, l’individuazione di quella giusta, la contrattazione, il pellegrinaggio pietoso presso le reciproche famiglie cercando di capire se e quanto ci avrebbero concesso come aiuto (che io voglio ridare). E, ancora: preventivo dal notaio, calcolo della caparra per fermare la casa, calcolo della caparra da dare all’agenzia immobiliare e – rullo di tamburi – il nostro grande ingresso in banca per la richiesta di un mutuo al 100%.

Sì perché tra risparmi sudati nostri e delle reciproche famiglie riusciamo a tirar su giusto i soldi per pagare notaio e agenzia (che son già soldoni).

Partono richieste di documenti, carte, riunioni, colloqui, telefonate, mail e ancora incartamenti e passano sei mesi durante i quali ci dicono che è una prassi burocratica normale di controllo ma che di certo non ci saranno problemi.

Finisce che ci dicono no, che il mutuo non ce lo concedono, che anche se abbiamo dimostrato d’aver chiuso tutti i sette anni di attività in attivo, comunque questo non basta.

Hanno ragione, ho detto alla mia consorte, le cose bisogna potersele permettere. Penso a mio padre, figlio di gente semplice, senza segreti in tasca che voleva raggiungere uno scopo nella vita e lavorando sodo l’ha ottenuto. Ogni giorno faceva due ore di straordinario e il sabato molto spesso mezza giornata. In pochi anni ottenne un premio per questo impegno in termini di carriera, mentre in termini economici lo ottenne da subito grazie agli straordinari.

Incredibilmente c’era ancora uno straccio di meritocrazia. Ma ora?

Tutta la nostra generazione lavora normalmente 12/14/16 ore, salta i pranzi, le cene, i weekend, lavora di notte per una semplice cosa: sopravvivere.

Sono abbastanza incazzato Dio però sono anche pragmatico. Il no al mutuo della banca ci ha colti talmente impreparati che, per farti capire quanto, avevamo già dato la disdetta alla vecchia casa e di lì a poco ce ne saremmo dovuti comunque andare. In tre giorni abbiamo trovato un’altra casa, più bella, più luminosa, più giusta anche per accogliere un figlio, qualora deciderai che dovrà arrivare.

La casa è in affitto, ovviamente, e a noi va bene così. Penso ai miei amici che hanno comprato casa: tutti loro la devono all’aiuto sostanzioso dei loro genitori che hanno i risparmi degli anni ’80. Ma noi, ai nostri figli, che aiuto daremo?

In fede (perché ancora ci credo),

Ermanno

 

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