Non ci vedo bene ma ci sono: posta del cuore a Dio (Diciottesima Lettera)

15 dicembre 2013
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Rara immagine di Dio, ritratto in un momento di distrazione. Disegno di Elena Borghi.

 

Perse tutte le speranze, non ti rimane che scrivere a Dio, sperando che risponda.

Questa è una rubrica domenicale nata a Sua insaputa ma, ovviamente, anche a Sua immagine e somiglianza.

Domande, pensieri, parole, opere e omissioni di gente che, una qualche risposta precisa la vorrebbe. E chissà che magari un giorno non arrivino anche.

 

Caro Dio,

mi chiamo Rita, ho 38 anni, sono mamma di due bambini, uno di 13 l’altra di 4 anni, ho un divorzio alle spalle, qualche flirt in mezzo e ora un nuovo consorte.

Mi chiamo Rita, come la Santa da invocare per risolvere i casi impossibili e questa consapevolezza ha sempre avuto un certo peso sulla mia esistenza.

Oltre ad avere due figli, un ex marito con cui organizzarmi e uno nuovo da organizzare, sono titolare di un’attività commerciale e la mia attuale suocera è gravemente malata. Diciamo che sono una che non si scoraggia facilmente.

Mi basta poco per svuotare la mente dai mille pensieri, ricaricarmi e ripartire, a testa bassa, per fare tutto, per farlo bene. Tipo trovare mezz’ora, una volta ogni tantissimo, per andare dalle cinesi a farmi fare la manicure, che quelle parlano tra di loro cinese stretto e questo mi rilassa mentre faccio qualcosa per me.

Ieri sera, dopo una giornata di lavoro prenatalizia, dopo essere stata due ore in ospedale a prendermi cura della suocera, dopo aver recuperato i bambini da due differenti posti, mentre decongelavo gli hamburger che sarebbero diventati la nostra cena, delucido mio marito sulla faccenda trasloco, da completare entro la fine delle vacanze di Natale.

Lui non mi risponde. Mi giro per guardarlo mentre l’acqua calda scorre sugli hamburger e lo vedo lì, seduto sullo sgabello, la schiena curva, gli angoli della bocca piegati verso il basso, lo sguardo perso nel vuoto.

Gli chiedo cos’avesse. E lui, reduce dalla sua solita giornata dove ha dovuto pensare solamente a una cosa, e sottolineo una, ovvero il suo lavoro di fotografo, che ama e che corrisponde alla sua passione, mi risponde: “Eh ma non lo so… io non lo so se ce la faccio a fare ANCHE il trasloco… ho molto lavoro, settimana prossima devo andare fuori città, sai che mi stresso quando dormo fuori e poi mia madre, che sta male…”.

Il trasloco, per inciso, me lo sarei sparato tutto io dato che lui, sai, deve lavorare.

La madre, chiaramente, so bene che sta male visto che sono io che vado tutti i giorni da lei, due ore al giorno da due mesi, mentre lui solo la domenica pomeriggio, un’oretta, molto spesso con noi affianco.

Senza contare che l’autista personale dei bambini sono sempre io, che tanto mi so organizzare a differenza sua che proprio non può perché, sai, è contro il suo essere organizzare il tempo. Si stressa.

Ecco Dio, secondo te, quante donne conosco che vivono questa mia stessa situazione? Tante.

Perché, dico, perché, gli uomini c’hanno ‘sta roba nel cervello che ragionano a settori? Che, non ce n’è, gliene devi far fare una alla volta di cosa e neanche è detto che venga bene.

Che una non è che vuol fare la vittima eh? E neanche è sempre colpa delle mamme e neanche è sempre colpa delle donne che li viziano. Perché io, non li ho mai voluti viziare, mai. Solo che proprio non ce la fanno e arriva il giorno in cui capisci che non puoi pretendere qualcosa che va oltre le loro capacità. E allora o te lo fai andar bene, oppure lo molli, rischiando di trovare anche di peggio, tipo i maniaci ossessivo compulsivi che vogliono fare tutto loro per colpa di qualche nevrosi.

La differenza tra un uomo e una donna è che gli uomini quando escono con te pensano: “Chissà quali grandi gnocche stratosferiche più di lei mi sto perdendo lì fuori”. Mentre la donna pensa: “Tutto sommato mi tengo questo, che è il meno peggio che ho incontrato finora”.

Con affetto,

Rita

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